The Prague Post - Almodovar e Delpero, eutanasia e radici a Venezia

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Almodovar e Delpero, eutanasia e radici a Venezia
Almodovar e Delpero, eutanasia e radici a Venezia

Almodovar e Delpero, eutanasia e radici a Venezia

Lelouch: "La curiosità mi tiene vivo". E Seydou torna al Lido

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(dell'inviata Alessandra Magliaro) Abito doppiopetto rosa con una lunga foglia d'oro sul revers per Pedro Almodovar stasera sul red carpet di Venezia 81 per l'anteprima mondiale in concorso del suo film La stanza accanto con Tilda Swinton e Julianne Moore. Un look gioioso distante dal film che nonostante uno stile insolitamente imploso e asciutto ha commosso gli spettatori alla Mostra del cinema con la storia di una malata terminale di cancro che sceglie l'eutanasia per dire addio alla vita, chiedendo ad una sua fedele amica di stare 'nella stanza accanto' quando accadrà. La presidente della giuria Isabelle Huppert ha abbracciato il regista spagnolo sul red carpet con affetto, mentre le due protagoniste Swinton e Moore (in abito tutto dorato) firmavano autografi. Un colpo d'occhio coloratissimo che resterà tra gli scatti più belli di Venezia 81. La stanza accanto, al cinema dal 5 dicembre con Warner è uno dei film del giorno a Venezia 81. L'altro, con una accoglienza sentita e una decina di minuti di applausi, è l'italiano Vermiglio di Maura Delpero, un film 'alla Olmi', che evoca l'Albero degli zoccoli, una storia di radici, comunità e destini ambientata in un piccolo paesino della Val di Sole nel 1944, con facce autentiche, attori perlopiù non professionisti e uso del dialetto. Il film uscirà in sala dal 19 settembre con Lucky Red. I due film del concorso nel sesto giorno di Mostra che ha visto protagonisti anche il regista australiano Peter Weir, l'autore dell'Attimo Fuggente, di Picnic ad Hangig Rock e The Truman Show, premiato dall'attore Ethan Hawke con il Leone alla carriera e l'ultraottantenne regista francese Claude Lelouch con il 51/o suo film, Finalement, una storia di solitudine e burnout della vita, presentata fuori concorso ("la curiosità mi tiene vivo, prima del ritiro c'è tempo per un altro film"). E Seydou Sarr, un anno dopo, è tornato al Lido dove il viaggio mondiale, fino agli Oscar, di Io Capitano di Matteo Garrone è cominciato: "Non sono cambiato come persona - ha detto - il mio sogno è sempre quello di fare il calciatore", ha detto il giovane senegalese che nell'ambito delle Giornate degli Autori ha presentato il film documentario Seydou - Il sogno non ha colore di Simone Aleandri, realizzato da Rai Cinema con la Lega calcio serie A e parte di un programma di lotta al razzismo nel calcio. "È difficile parlare della morte - ha detto al Lido Almodovar alla prima mondiale della Stanza Accanto -. Io l'idea che qualcosa di vivo debba morire non l'accetto, sono forse infantile, immaturo anche se poi la morte è dappertutto, basti pensare alle guerre che ci circondano". Nel film, tratto dal romanzo 'Attraverso la vita' di Sigrid Nunez, il primo in inglese per il grande autore spagnolo, Ingrid (Moore), scrittrice di romanzi viene a sapere che Martha (Swinton), ex reporter di guerra, che non vede da tempo, è una malata terminale di cancro e la va a trovare. Le due antiche amiche si ritrovano in confidenza e malinconia a parlare del passato, della vita di successi avuti e Martha racconta a Ingrid del dolore per la incomunicabilità con la figlia avuta da adolescente e di sentirsi per questo una madre imperfetta. Senza voglia di affrontare una nuova cura sperimentale e contraria ad ogni retorica sulla 'lotta' dei malati 'per sconfiggere' il cancro chiede a Ingrid di aiutarla nell'eutanasia (ha comprato la pillola giusta sul dark web). Per farlo andranno insieme in una meravigliosa villa isolata tra i monti a due ora da New York. "È un film a favore dell'eutanasia - ha detto Almodovar - la cosa terribile è che queste due donne devono comportarsi come delinquenti per portare avanti il loro progetto. In Spagna noi abbiamo una legge che permette l'eutanasia, una legge che dovrebbe però esistere in tutto il mondo". Il film mette al centro "una donna agonizzante, malata terminale, ma in un mondo altrettanto agonizzante" ha concluso scagliandosi contro i negazionisti del cambiamento climatico e gli odiatori razzisti. È una omelia montanara Vermiglio, aria rarefatta, natura protagonista anche nel cuore dei personaggi durante il passare delle stagioni. C'è l'imprevisto a scombinare le cose nel paesino nel 1944, quando il soldato disertore Pietro (Giuseppe De Domenico) che si è rifugiato lì, fa innamorare Lucia (Martina Schrinzi), la figlia del maestro Cesare (Tommaso Ragno) che resta incinta. Sembra qualcosa di lontano, che riguarda il passato, ma la regista preferisce spiegare Vermiglio nelle due direzioni, di ricerca personale delle sue origini e di universalità dei temi che riguardano la sfera dei sentimenti, "seguiamo le vicende di Lucia, il suo innamoramento per lo straniero Pietro, il tempo sospeso in cui attende notizie e trovo che siano quelle di tutti i tempi. Prima una lettera, una telefonata, adesso un whatsapp ma è lo stesso". Vermiglio nasce "da un moto dell'anima, legato ad un momento delicatissimo della mia vita, la morte di mio padre". E dunque la storia di Vermiglio unisce il particolare e l'universale, uno spazio tempo alla fine della seconda guerra mondiale quando l'Italia ritrova la pace e questa famiglia in questo paesino scopre la guerra in seno".

Almodovar e Delpero, eutanasia e radici a Venezia

V.Nemec--TPP