Divine Comedy, satira contro l'orrore del regime iraniano
In sala il film di Asgari già all'ultima mostra di Venezia
(di Francesco Gallo) Umorismo contro l'orrore del regime iraniano, satira contro l'integralismo religioso attraverso una comicità che ricorda quella di Woody Allen e Nanni Moretti. Questa la formula di 'Divine Comedy', il nuovo film di Ali Asgari già all'ultima Mostra di Venezia e ora in sala dal 15 gennaio con Teodora mentre l'Iran sembra esplodere sotto i colpi della protesta. Cosa racconta questa volta il regista de 'La bambina segreta' e 'Kafka a Teheran?' In un'operazione tra meta cinema e teatro racconta la frustrazione di Bahram (Bahman Ark), cineasta quarantenne pieno di pause ed esatto miscuglio tra Allen, Moretti e Buster Keaton, i cui film non hanno mai ricevuto il permesso per essere proiettati in Iran. Per lui un vero cruccio. Dopo l'ennesimo rifiuto da parte del Ministero della Cultura iraniano, il regista ostinatamente fiero delle sue ragioni cerca di convincere un anonimo funzionario apparentemente bendisposto verso la sua opera. Un dialogo kafkiano, il loro, in cui tutto viene messo in discussione alla luce di una stringente etica islamica in cui perfino la presenza di un cane nella pellicola è vietata: "Ma chi mai mette un animale in un film? Non è una cosa corretta", dice a un certo punto il funzionario. Comunque niente da fare per Bahram, il suo film è considerato 'indecente' e dunque non merita una proiezione pubblica. Ma lui non è uno che si arrende e così monta in sella alla Vespa rosa della sua giovane produttrice Sadaf, capelli blu e ridottissima Ḥijāb (interpretata da Sadaf Asgari), alla ricerca di una soluzione. Va così prima a trovare un suo amico, un attore molto vanitoso che sembra però gestire una sala cinematografica e poi chiede aiuto al fratello, anche lui regista ma organico al sistema, che gli presta un proiettore. Infine sarà una ricca signora borghese di Teheran ad avere una soluzione. E tutto questo tra mille citazioni cinefile, da Matrix a Godard, e con tanto di colonna sonora jazz alla Woody Allen. "L'obiettivo di questo film è raccontare la statica e soffocante burocrazia iraniana in cui è intrappolato il protagonista - dice il regista che sarà in Italia per la retrospettiva che gli ha dedicato la Cineteca di Bologna -. Il pubblico si ritrova così a sperimentare la routine della censura in tempo reale e la staticità delle inquadrature riflette l'immobilità del sistema stesso, che si rifiuta di cambiare e intrappola i cittadini in un ciclo di attesa, suppliche e negoziazioni. L'umorismo del film - continua Asgari - nasce in gran parte dall'assurdità dell'oppressione stessa. I rigidi e complicati processi di censura e di controllo statale diventano così illogici da crollare sotto le loro stesse contraddizioni. I protagonisti, anziché reagire con un'aperta ribellione, affrontano queste assurdità con un'arguzia e un sarcasmo silenziosi e consapevoli. L'umorismo qui è un meccanismo di sopravvivenza, uno strumento per resistere in un ambiente in cui la sfida aperta comporta conseguenze pericolose. L'atto stesso di realizzare questo film è un'estensione dei suoi temi: è un'affermazione che la verità, anche quando messa a tacere, trova la sua strada". Tra tanta ironia piena di sfumature nel film anche una frase cult detta dal protagonista che, di fronte all'ennesimo no a una proiezione del suo film, dice sconfortato: "Voglio proiettare il mio film per diventare umano".
U.Ptacek--TPP
